i bislacchi pensieri di giGGinocon2G

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mercoledì, 20 agosto 2008

TOLLERANZA ZERO

“La giustizia” ha osservato compitamente “non è un bene di cui godiamo in larga misura. Certo, lottiamo per raggiungerla, ma sembra un miserabile fardello della nostra sventurata specie che essa caparbiamente ci sfugga”.

Solo adesso mi rendo conto che il comportamento ha sempre un contesto e dei precedenti, è quello che fai più che quello che sei, anche se spesso non riconosciamo il contesto né capiamo quali sono i precedenti.

Questi stronzi, è come se per me fossero invisibili e io fossi invisibile per loro. E allora l’ho capito chiaro, come un’illuminazione: sono questi gli stronzi che dovremmo menare, mica i ragazzi che gli spacchiamo il culo al futbal, mica le passere che gli facciamo la festa, mica nostro papà o nostra mamma, i nostri fratelli e sorelle, mica i vicini, mica i nostri soci. Questi stronzi qua. E invece, noi massacriamo le nostre case che non c’è dentro un cazzo, terrorizziamo la nostra gente. Questi stronzi, invece… a questi stronzi non li vediamo neanche. Neppure quando sono vicino a noi.

Un giorno lei disse: “Non sei mica obbligato a prendere l’E per fare l’amore con me, sai?”.
Andammo a letto. Io tremavo, avevo paura di espormi senza gli aiuti chimici. Per un po’ ci baciammo e smisi di tremare. Ci facemmo le coccole per un pezzo, e quando ci unimmo il mio cazzo e la sua figa diventarono una cosa sola, e poi tutto sembrò sparire, perché decollammo tutti e due per un grosso trip psichico. Erano le nostre anime e le nostre menti a fare tutto: i nostri genitali, i nostri corpi, non erano altro che le rampe di lancio e di lì a poco furono praticamente superflui mentre noi giravamo per l’universo insieme al nostro trip comune, entrando e uscendo ognuno dalla testa dell’altra e non trovandoci dentro che cose buone,niente altro che amore. L’intensità aumentò fino a diventare quasi insopportabile ed esplodemmo assieme in un atterraggio orgasmico di schianto su quello che restava di un letto, da lontano lontano in chissà quale universo. Ci tenemmo stretti, fradici di sudore e tremanti per l’emozione.

Non ero uno psicopatico: ero solo uno stupido e un vigliacco. Avevo lasciato sfogo alla mia emotività e non potevo richiudermi nell’autonegazione, in quella forma deteriore di esistenza, ma non potevo neanche andare avanti senza avere saldato il mio debito. Per me non si trattava di una fuga. Tutta la mia fottuta vita era stata una fuga: scappare via, perché un fottuto coreano, un nessuno, non dovrebbe provare questi sentimenti dato che cazzo, non hanno un posto dove andare, un posto dove esprimersi, e se ti apri qualunque stronzo ti farà a pezzettini. E allora li chiudi fuori di te: ti costruisci un guscio, ti nascondi, oppure ti scateni contro di loro e li ferisci. Lo fai perché pensi che se tu li ferisci loro non potranno ferire te. Ma sono stronzate, perché ferisci ancora fino a quando non impari a diventare un animale e se non riesci a impararlo per filo e per segno, cazzo, scappi. Però a volte non puoi mica scappare, non puoi scansarti, non puoi schivare ondeggiando con il busto, perché alle volte tutto viaggia insieme a te, dentro il tuo futtuto cranio. Qui non si trattava di chiamarsi fuori. Si trattava dell’unica scelta sensata. La morte era la strada che portava in avanti.

da “Tolleranza Zero” – Irvine Welsh, 1995


postato da: giGGinocon2G alle ore 22:22 | link | commenti (7)
categorie: citazioni, irvine welsh, tolleranza zero, gigginocon2g
martedì, 05 agosto 2008

NIENTE DI VERO TRANNE GLI OCCHI

Maureen uscì dal letto e nuda anche lei andò ad abbracciarlo da dietro. Respirò il suo profumo che sapeva di musica e di uomo e di loro due, e mentre lo faceva il suo odore si mescolò all’aria quasi strafottente di quella primavera romana così orgogliosa di sé e Maureen in quel momento era felice e nonostante tutto non pensava a niente.
Appoggiò la testa alla sua spalla e rimase ad odorare ed adorare quel piccolo miracolo rappresentato dalla propria pelle contro quella di lui. Le piaceva immaginare che qualcuno, forse un alchimista geniale e ruffiano, avesse fabbricato di proposito le loro epidermidi con elementi fatti apposta per funzionare l’uno da richiamo per l’altro. Poi, aveva atteso paziente il loro incontro per avere la conferma del successo della sua opera. Il suo sorriso di trionfo era diventato il loro sorriso. Fra lei e Connor c’erano parole e rispetto e ammirazione e talvolta una forma di pudore di fronte alle rispettive collocazioni nel mondo, però Maureen non poteva fare a meno di rabbrividire di piacere a ogni abbraccio, che aveva dentro di sé quella perfezione che solo la casualità può creare.

Si dicono parole che lasciano dietro conseguenze e significati. Si fanno gesti che possono ferire, per volontà espressa o per leggerezza.
O per il semplice timore di essere feriti.

da "Niente di vero tranne gli occhi" - Giorgio Faletti

postato da: giGGinocon2G alle ore 19:05 | link | commenti (1)
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mercoledì, 23 luglio 2008

ACID HOUSE

Giuro sulla mia testa che non avrei mai pensato che sarebbe stato tutto così vivo e presente: e questo fa sembrare il mio progetto ancora più giusto. Voglio dire, mi aspetto quasi di vedere Joan sulla barca, di andare a sbatterle contro sul ponte, nella sala da pranzo, al bar o addirittura in sala da gioco. Quando mi capita di pensare a lei in quel modo, il mio cuore si mette a correre, mi viene il capogiro e generalmente devo ritirarmi in cabina. Quando giro la chiave nella toppa mi viene addirittura da pensare che dentro ci potrei trovare lei, magari a letto che legge. Lo so, è ridicolo tutto questo, ridicolo da matti.


Quando ci siamo imbarcati insieme in questa grande avventura, hai detto che in un rapporto è fondamentale farsi un camion di ghignate.
Ero d’accordo.
Hai anche dichiarato che un camion di sesso è altrettanto importante.
E anche su questo ero d’accordo. Pienamente d’accordo.
Anzi, ricordo le tue parole esatte: “Ghignate e sesso sono il barometro di un rapporto”. È questa la frase che hai detto, se la memoria non mi inganna.
Non fraintendermi. Non potrei essere più d’accordo. Ma non contemporaneamente, brutta vacca schifosa.


Victoria era entusiasta. “Un montatore da perderci la vista. Ci scommetto che ce l’ha lungo come quello di un cavallo. Come quella foto che ho di Tam McKenzie, capito, quella della squadra giovanile del Leith, formazione originale degli anni settanta. Un figone pazzesco, socia, te lo dico io. Anche sotto la conchiglia, urca come lo vedi il pacco quanto è gonfio. Pensavo: “Cazzinculo, butterei via i canini pur di mettergli attorno le gengive”.


A Pilton stava succedendo qualcosa di strano. Probabilmente non soltanto a Pilton, riflettè Coco Bryce, ma dato che lui era a Pilton, si preoccupava solo di quello che succedeva lì e in quel momento. Alzò lo sguardo al cielo nero. Gli sembrava che stesse andando in pezzi, che una parte di esso fosse stata sventrata: era sbigottito. Qualcosa era sul punto di sgocciolare sullo squarcio. Frammenti di luce fredda, violenta, simile al neon balenavano nella ferita. Coco distingueva i flussi e i riflussi delle correnti in una polla trasparente che sembrava nell’atto di raccogliersi dietro lo scuro tegumento del cielo, come se stesse per esplodere attraverso il varco, o almeno lacerare ulteriormente l’involucro delle nubi. Tuttavia, la luce che sgorgava dallo squarcio, come ridotta e chiusa in se stessa, non arrivava ad illuminare il pianeta sottostante.
Poi scese la pioggia: dapprima qualche goccia sparsa, seguita dal fragore e dal rimbombo del tuono. Dove prima era apparso il bagliore luminoso, Coco vide un fulmine, e benché, a suo modo, anch’esso lo intimorisse, trasse un respiro di sollievo vedendo come a quello spettacolo soprannaturale si fossero sovrapposti fenomeni più terrestri. Sono stato un balordo a calarmi la seconda pasticca di acido. Ti cambia tutto il modo di vedere.


da “Acid House”, Irvine Welsh, 1994


postato da: giGGinocon2G alle ore 22:47 | link | commenti (4)
categorie: citazioni, irvine welsh, acid house, gigginocon2g
mercoledì, 09 luglio 2008

FIGLI DELLE STELLE

Se vi capita di incontrare Giovanna ed Alessandro avrete l’opportunità di conoscere una storia. Una bella storia.
Se vi capita di vedere i baffi di Alessandro, i ricci di Giovanna, guardateli bene e preparatevi a provare un’emozione.

Giovanna e Alessandro, si conobbero quando non erano poi più tanto giovani. Gli studi finiti, il nuovo lavoro, tanto agognato e finalmente conquistato, li aveva fatti conoscere. La quotidianità di giornate trascorse assieme all’interno di un palazzo così alto che dalle sue finestre si poteva guardare tutta Napoli li aveva resi colleghi prima, conoscenti poi. Una scintilla nascosta in un cuore apparentemente burbero fece scattare qualcosa, qualcosa che forse per la prima volta gli fece pensare che quella poteva essere la volta buona. Quella stessa scintilla che lei riuscì a vedere in gesti nuovi, in gesti dedicati unicamente a lei, la fecero spaventare. La titubanza che si trasforma in diffidenza, agguerrita e tagliente come solo le donne che vogliono difendersi sono capaci di esprimere con l’uso di sole due parole.

Rincorrerla tra provette.
Lasciarsi rincorrere nascosta dietro le lenti di un microscopio.

Le incertezze che lasciano il passo a quella bellezza che solo le farfalle nella pancia e nel petto riescono a regalarti.

Erano quelli i tempi in quei tempi gli occhiali avevano montature grosse, i capelli erano cotonati, erano i tempi in cui i mondiali di calcio si guardavano al mattino, in cui cambiarono presidenti della repubblica e papi e Moro ed Impastato vennero uccisi. Mancavano circa venti anni, ma per loro fu semplice proiettare i loro pensieri verso il nuovo millennio. Il lavoro ed una casa da comprare, i sogni e la voglia di diventare grandi e vecchi assieme, il desiderio di avere bambini. Bambini desiderati, nati e da subito amati, sempre protetti e mai abbandonati.

Bambini che sono diventati uomini.
Bambini a cui sono cresciuti baffi e capelli ricci.
Bambini che hanno sempre saputo che i modelli da seguire li avrebbero sempre trovati nella stanza accanto.

Giovanna e Alessandro ormai mescolano le proprie vite da 6 lustri e sono la risposta a tutte le persone che si ostinano a non credere nell’amore che dura. Perché i litigi, le incomprensioni, i momenti difficili e duri che ti fanno venir voglia di mollare tutto e fuggire via, le lacrime e le urla devono essere necessariamente vissute. Ma nonostante le rughe ed i capelli bianchi, basta poco così per riconoscere quegli stessi occhi che rincorrevano, quegli stessi occhi che si lasciavano rincorrere.

Se vi capita di incontrare Alessandro e Giovanna cercateli quegli occhi, e sorriderete.
Se vi capita di incontrare Giovanna ed Alessandro fategli ascoltare Alan Sorrenti canticchiare “Figli delle stelle”: vi racconteranno la storia di una cassetta regalata tanto tempo fa, di ricordi legati a quella melodia. Forse non concorderanno sulle date, ma state certi che un bacio bello e silenzioso se lo daranno prima ancora di capire chi è che gli sta facendo ascoltare quelle note.


postato da: giGGinocon2G alle ore 00:28 | link | commenti (7)
categorie: pensieri, , figli delle stelle, gigginocon2g
lunedì, 23 giugno 2008

IL GIORNO IN PIU'

Mi capitava spesso durante il giorno di fantasticare su di lei, ma soprattutto su di noi. È bello avere una persona sulla quale fare delle fantasie durante il giorno. Anche se è sconosciuta. Non so perché, ma quando pensavo a lei i miei pensieri non avevano mai il punto. Solo virgole. Erano una valanga di parole e immagini senza punteggiatura.

Silvia per me è come la corda di un funambolo: quando sono felice ci danzo sopra con un ombrellino colorato, e quando sono triste mi ci aggrappo.

Vederla di fronte a me, dopo quella confessione, mi ha fatto capire quanto aveva sofferto, quanto quel segreto fosse stato pesante per lei. Mi sono riscoperto attratto da quella donna, ma in maniera diversa. Avevo la certezza che, usciti da quel bar, non l’avrei più vista, ma che sarebbe stata per sempre dentro di me come una delle emozioni, nel bene e nel male, più importanti della vita e avrei voluto dirle quella frase patetica che solitamente esce dal cuore e non si riesce a fermare: “Camilla, qualsiasi cosa ti succeda, io ci sarò sempre”. Non l’ho detta. L’ho sussurrata a me stesso. Fatta così in silenzio mi sembrava una promessa più sincera.

Quella mattina avevo il suo odore addosso, mi piaceva. Non mi ero lavato apposta. Con il suo profumo addosso ho avuto l’impressione che quel giorno anche gli uomini fossero più gentili con me.

La vita non è ciò che accade, ma ciò che facciamo con ciò che ci accade…

C’è un detto indù che recita: “Non c’è niente di nobile nell’essere superiore a qualcun altro. La vera nobiltà consiste nell’essere superiore al te stesso precedente”.

Ripenso a tutte le cose che ho fatto per lei, a tutto quello che mi aveva fatto vivere. Da quando l’ho incontrata non mi sono mai annoiato, con lei o pensando a lei sono sempre stato bene; sono stato anche male, come adesso, mi sono sentito fragile e invincibile al tempo stesso. Ma sempre vivo.

da “Il giorno in più” – Fabio Volo, 2007.


Esiste il momento giusto per ogni cosa, anche per i libri…


postato da: giGGinocon2G alle ore 20:38 | link | commenti (4)
categorie: citazioni, , fabio volo, gigginocon2g, il giorno in più
giovedì, 12 giugno 2008

SENZA TITOLO

Quando aprì gli occhi il sole era già alto. La piccola stanza con bagno nella quale aveva trascorso la notte era illuminata nonostante le tapparelle fossero abbassate. Intorno a Marco qualche vestito sparpagliato tra la poltrona ed il tavolino, alcuni fogli scarabocchiati, la piccola borsa aperta sul pavimento da cui facevano capolino la maglietta bella e le mutande fortunate. Residui di cenere e di sigarette sventrate davano all’aria un sapore amaro nel quale poteva essere piacevole crogiolarsi. Sotto la cornice dello specchio, di fronte al letto nel quale ancora si rigirava, una piccola mappa disegnata a mano. Colori diversi riportavano nomi di strade, stazioni della metro, punti di riferimento e tutta una serie di WARNING scritti in rosso,  utili a non commettere errori da forestiero.

“Roma è una città grande, è la capitale” – gli aveva suggerito Cristina il giorno prima. “Segui i miei disegni e tutto andrà bene. E non dimenticare che le strade in verde sono ZTL: alle telecamere non si scappa!”

“Dolce Cristina”, pensò riguardando l’opera dell’amica con la coda dell’occhio mentre apriva le tapparelle della stanza sul nuovo giorno. Osservò il mondo fuori alla sua finestra avvolto da una morsa di un inatteso caldo che tutto scioglieva, che tutto deformava. Fumi tremolanti ed apparentemente invisibili risalivano dal manto di asfalto rendendo quel rettilineo null’altro che un rincorrersi tondeggiante di colori confusi. Rimase qualche attimo a guardare la scena, quasi paralizzato dal terrore di poter essere risucchiato da quel vortice infuocato.

La sigaretta del buongiorno insaporì le sue labbra.
Finalmente era giunto il giorno.
Finalmente era giunto il giorno in cui l’avrebbe incontrata di nuovo.

La doccia inaspettatamente efficiente gli diede tutto il vigore che cercava dall’acqua purificatrice. Le scorie di una notte costellata da dubbi e paure scivolarono giù nello scarico assieme a bollicine profumate di primavera sintetica. Indossò quella maglietta, quel pantalone, quelle mutande a cui pensava da tempo, sistemò velocemente i capelli ancora umidi ed inforcò gli occhiali da sole lanciando un bacio sorridente al suo sosia proposto dallo specchio. Il tragitto che lo attendeva non era lunghissimo: Piazza Bologna – Campo dè Fiori. Venti minuti secondo la Guida Michelin, qualcosa in più secondo Cristina. Entrò in auto mentre i rintocchi delle campane del mezzogiorno gli davano conferma della sua puntualità. Sintonizzò la radio sui 106.6 di Radio Rock: Spandau Ballet, “To cut a long story short”. Marco sorrise pensando che anche lei, in quello stesso momento, poteva canticchiare le sue stesse note. Il ricordo di quella voce così forte e dolce che si intrecciava e rincorreva la sua mentre andavano veloci sul ritmo di “Tutti i miei sbagli” era un pensiero che gli regalava gioia.

Forse fu quello il primo momento. Forse fu proprio grazie a quella canzone che per la prima volta Marco capì di volerle bene. Forse fu quella la prima volta che Marco ammise a se stesso quanto Claudia stesse diventando importante per lui.

Da quel giorno, da quella canzone, da quelle ultime tredici ore trascorse assieme, di tempo ne era trascorso già un po’. Da quel giorno in cui i loro occhi si erano incontrati, da quel giorno in cui le loro dita si erano intrecciate, Marco non aveva fatto altro che richiamare alla memoria ogni singola particella di emozioni e ricordi che gelosamente conservava dentro di se. Non era raro vederlo con gli occhi persi nel vuoto mentre tentava di trovare sulla sua pelle, tra le sue mani, tracce infinitesime dell’odore di Claudia. Quel profumo così indescrivibilmente unico lo tormentava come la più dolce delle droghe. Erano seguiti giorni ricchi di parole filtrate da monitor e telefoni, giorni pieni di piccole scoperte di quel mondo che tanto lo aveva affascinato, che li aveva resi così belli assieme in quel lungo momento al centro della primavera.

Marco sorrideva tra i denti fumanti, immaginando quel volto gentile arrossirsi per una parola proveniente dritta dal suo cuore. Aveva la bocca secca, forse per l’ansia di quell’incontro, quando si fermò ad un semaforo rosso. Un tizio picchiettò al suo finestrino.

“Grazie, non mi serve nulla”, disse distrattamente.
“Amico, non essere precipitoso… non hai visto neppure cosa ho da offrirti.”

L’uomo, un uomo dai lunghi e sottili baffi, gli sorrideva a trenta centimetri dal viso.

“Ti ringrazio, ma davvero non mi occorre nulla”, rispose fissando la camicia di cotone leggero e verde che indossava l’uomo.
“Tranquillizzati amico, non voglio venderti nulla. Voglio solo offrirti qualcosa”.
“Vuoi offrirmi qualcosa?”
“Si, magari un po’ di felicità…”

L’uomo, un uomo con degli occhi vispi, gli cingeva con una mano la spalla.

“Sei gentile, ma ho già il mio spacciatore, e tu dovresti fare più attenzione quando fai questi affari. Da quando c’è Alemanno so che ci sono sbirri ovunque.”
“Sei troppo diffidente amico. Volevo solo offrirti questo…”

L’uomo, un uomo con la fronte rugosa, gli porse una coppa con una pallina di gelato bianco.

“Ma è un gelato quello?”
“Cos’altro potrebbe essere?”
“Beh, ma perché tu…”
“Amico, è una giornata calda, hai lo sguardo sognante ed io volevo scambiare un po’ della mia felicità con la tua. Io ho un gelato, tu un sorriso. Ho preso il tuo sorriso: accetta un cucchiaino di gelato…”

Marco non ebbe neppure il tempo di riflettere su quelle parole, che la sua lingua già gustava della vaniglia fredda.

L’uomo, un uomo dal petto magro e villoso, gli aveva infilato il cucchiaino con del gelato dritto in bocca.

Il semaforo tornò verde; le auto alle sue spalle cominciarono a dar fiato ai propri clacson.

“Buona giornata amico. Grazie per il sorriso e non ti preoccupare per quella macchia: ora sei più simpatico.”

L’uomo, un uomo dalle lunghe gambe, si allontanava in direzione opposta al flusso del traffico, mentre una goccia bianca aveva cominciato a sciogliersi sulla maglietta di Marco. La perfezione che credeva di aver trovato con quegli abiti, di colpo svanì sotto i suoi occhi. Si innervosì e cominciò a sudare mentre il deejay della radio proseguiva in un ostentato monologo anticapitalista.

La mappa che aveva bloccato nel posacenere, accanto al cambio, gli dava delle certezze colorate. Il disegno di Claudia sotto la statua di Giordano Bruno a Campo dè Fiori era distante ormai solo pochi punti. Superò l’isola tiberina, ed il sollievo per la meta quasi raggiunta prese a ballare nel suo petto assieme all’ansia che quell’incontro si portava in dote. La notte agitata gli aveva lasciato in eredità diverse domande. Sarebbe stato giusto far esplodere subito tutta la sua gioia nel vederla, o forse sarebbe stato meglio arrivare in silenzio, scostarle i capelli dalla guancia e baciarla con un bacio piccolo? Gli occhiali da sole era meglio toglierli o essere naturale e tenerli? Di sicuro non sarebbe stata una buona mossa arrivare con una sigaretta tra le dita: voleva che il suo odore le arrivasse subito al naso ed agli occhi. Queste domande gli fecero compagnia mentre cercava di trovare parcheggio con il Tevere che gli scorreva prima sulla destra, poi sulla sinistra, poi sulla destra, poi sulla sinistra…

Scese dall’auto e di nuovo il caldo lo assalì insieme all’odore degli spiedini che sul Ponte Sisto qualcuno arrostiva. Decise di fermarsi a prendere dell’acqua in quella che la mappa indicava come Piazza Trilussa. Pagò un ambulante e si sistemò sulle scale della piazza, leggermente all’ombra. Di fronte a lui un gruppo di quattro ballerini in calzamaglia danzava senza musica con mosse lente e strane attorno a quel che restava di un ombrello a scacchi bianchi e neri. Gli venne in mente un motivetto ska e fischiettando allegro attraversò il fiume e si diresse verso i vicoletti che portavano a Claudia.

Più si avvicinava, più il suo passo era veloce.
Più si avvicinava, più il motivo che fischiettava era veloce.

Quando via del Biscione era ormai stata percorsa tutta, capì dalla luce nuova che lo avvolse di essere a Campo dè Fiori. Si paralizzò in cerca di un punto di riferimento. La statua, un bar, dei fiori…

“A Campo dè Fiori non ci sono fiorai?”, pensò mentre i suoi occhi si incollarono a quelle spalle esili che già aveva imparato a riconoscere tra tante. Percorse quegli ultimi passi con una lentezza quasi celebrativa. Il cuore ormai tambureggiava al centro del suo petto.

La sua schiena ormai a pochi metri da lui.

Le scostò i capelli lunghi dalla guancia e la baciò con un bacio piccolo sullo zigomo. Gli occhi di Claudia sorrisero dietro grossi occhiali da sole, mentre la pelle del suo viso si colorava di rosso.

Quella scena era almeno un milione di volte più bella di quanto la sua mente aveva sperato potesse essere.

“Ti aspettavo con un po’ di ritardo”, disse Claudia con voce imbarazzata.
“Mi sarebbe piaciuto perdermi per Roma, ma avevo troppa voglia di vederti.”
“Possiamo sempre perderci assieme; sei tu quello che mi ha insegnato quanto è bello perdersi…”

Tra le mani di Claudia una Tennent’s fredda.
Marco rimase incantato osservando quelle dita che tanto aveva desiderato.

“Ne vuoi un sorso?”
“No, non mi va…però ho voglia di un tuo drummetto. Ce lo stecchiamo?”
“L’ho già preparato”, rispose sorridendo con il sorriso di chi sperava accadesse proprio quello.

“Ho bisogno di parlarti Cla…”, disse Marco sbuffando il primo avido tiro di Golden Virginia fuori dai denti.
“Proprio qui? Proprio adesso, sulle scale, con tutta questa caciara?”
“Beh…si, proprio adesso”

Il posto non era bello come sperava, e forse c’era davvero troppa gente, ma quelle parole gli vagavano da troppo tempo nello stomaco e non poteva più tenerle dentro.

“Devo preoccuparmi?”, disse lei con voce bassa.
“Forse dovrei preoccuparmi io. Ma non sono preoccupato poi tanto. Forse per questo è il caso che mi preoccupi…”
“Marco non ti capisco…”. Un sorriso bello come quello dei bimbi piccoli le illuminò il viso. “Dai, passami l’accendarello, siediti qui, vicino a me, e dimmi tutto quello che vuoi dirmi”
“Lo vedi come sei tu? Mi basta un tuo sorriso, una parola detta con quell’accento ed io vado in crisi. È inutile girarci tanto intorno Cla: mi piaci, e mi piaci tanto.”
“Anche tu mi piaci, soprattutto quando ti imbarazzi e non hai più le tue amiche parole a sostenerti”
“È proprio questo il punto: tu mi emozioni, ed io questo emozioni era tanto che le cercavo. Ed ora che ce le ho, ora che posso viverle tutte, sono spaventato. E temo le mie reazioni, non le tue. Di te mi fido. Ho passato gli ultimi anni nutrendomi esclusivamente delle felicità che ero in grado di produrre da solo, senza cercare nulla dagli altri. Ho saltellato tra donne e letti illudendomi di trovare persone speciali, ma in cuor mio sapevo già che sarei andato incontro al benessere del momento ed alla fuga da terzo appuntamento.  È stato come lanciare un dado dalle facce tutte uguali. Poi d’improvviso arrivi tu e mi sconvolgi. Prendi il mio mondo, lo giri sottosopra, lo scuoti e poi lasci nelle mie mani tutto quel caos. E a me, questo caos, piace da impazzire…”

“Marco, aspetta un secondo…”

“No Cla, non posso aspettare. Se aspetto mi scoppia il petto. Sei così bella che non posso permettermi il lusso di fare lo stronzo e rovinare tutto. Qualcuno una volta scrisse che in certi momenti della vita, uno decide di azzerare tutto, di ripartire, di purificarsi. Questo scrittore usava una metafora bellissima: paragonava il suo io ad un giardino che si ricopriva di neve morbida. Lui restava lì, immobile, mentre tutto quello che prima popolava il giardino scompariva sotto quel bianco candore. Quando la neve non cadde più, quando tutto fu così immacolato, candido, perfetto, lui non permise a nessuno di rovinare quello spettacolo con una traccia del suo passaggio. Lui diceva più o meno queste cose, ed io mi sento esattamente così, adesso. Perciò ti chiedo, Claudia, ti va di camminare un po’ con me nel mio giardino?”

Il mondo intorno continuava a girare, ma neppure i pakistani che vendevano rose agli innamorati vollero disturbare quel momento.

“Spesso sei così arroccato dietro le tue mura, che neppure ti accorgi se qualcuno passa intorno al tuo castello. Dici di aver paura, ma se non fosse così non sarebbe bello. Mi piacerebbe essere per te come un oleandro bianco, una pianta velenosa ma bellissima. Una pianta che molti vorrebbero per se, ma che in pochi hanno l’ardire di cogliere. Eppure l’oleandro bianco pare possa nutrirsi di latte, per scaricare il suo veleno. Non avere paura, Marco: io ho un bel bicchiere, entrambi abbiamo tanto latte. Devi solo decidere se vuoi correre il rischio e scoprire se questa è solo una leggenda.”

“Non voglio rimpiangere quel che poteva essere. Si Claudia, corro il rischio. Verso il latte. E pazienza se mi avvelenerò. Già quel che sto provando in questo momento sarebbe sufficiente a non farmi pentire. Questo è come ballare il rock ‘n’ roll! E tu? Tu vuoi camminare nel mio giardino?”

“Lo vedi quanto sei sciocco? Ancora non ti sei accorto che ti sto aspettando accanto alla staccionata già da un po’? Beh, vorrà dire che userò il piano B in attesa che tu rinsavisca..”

“Il piano B?”

“Ti va di perderci per Roma? In fondo la strada per tornare a piazza Bologna non la conosciamo..”

dedicato a Du ed alle sue scimmiette danzanti.


postato da: giGGinocon2G alle ore 19:47 | link | commenti (2)
categorie: senza titolo, gigginocon2g
domenica, 25 maggio 2008

RICORDO DI UN RICORDO

Ricordo i tuoi silenzi, quando il percorso del ritorno era quello che guidava il nostro cammino e tu dicevi “mi spiace che finisca già”.

Ricordo quei momenti in cui la strada scorreva sotto le nostre ruote e le tue dita intrecciavano storie da raccontare tra i miei capelli, mentre i tuoi occhi speciali preferivano concedersi pause in attesa della meta.

Ricordo quei chilometri prolungati all’infinito da andature lente, da curve a folle, da luci fioche, da cartelli stradali scoloriti dai nostri sguardi curiosi e sognanti.

Ricordo la sensazione di emozione che mi esplodeva dentro tutte le volte che da quel piccolo mondo uscivi, chiudendone una porta sussurrando “buonanotte”.

Ricordo i nostri occhi seguirsi fin dove si poteva senza averne mai abbastanza.

Che tu possa avere la tua felicità, donna dai mille ricordi


postato da: giGGinocon2G alle ore 15:46 | link | commenti (3)
categorie: ricordo di un ricordo
mercoledì, 09 aprile 2008

PER IL BENE COMUNE

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postato da: giGGinocon2G alle ore 14:58 | link | commenti (5)
categorie: politica, elezioni, per il bene comune
lunedì, 31 marzo 2008

OCEANO MARE

[...] Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro non sei tu. Tac. Alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.

 

[...] Fanno delle cose, le donne, alle volte, che c’è da rimanere secchi. Potresti passare una vita a provarci: ma non saresti capace di avere quella leggerezza che hanno loro, alle volte. Sono leggere dentro. Dentro.

 

[...] Come glielo dici, a una donna così, che tu vorresti salvarti, e ancora di più vorresti salvare lei con te, e non fare altro che salvarla, e salvarti, tutta una vita, ma non si può, ognuno ha il suo viaggio, da fare, e tra le braccia di una donna si finisce facendo strade contorte, che neanche tanto capisci tu, e al momento buono non le puoi raccontare, non hai le parole per farlo, parole che ci stanno bene, lì, tra quei baci e sulla pelle, parole giuste, non ce n’è, hai un bel cercarle in quel che sei e in quel che hai sentito, non le trovi, hanno sempre una musica sbagliata, è la musica che manca, lì, tra quei baci e sulla pelle, è una questione di musica. Così poi dici, qualcosa, ma è una miseria.

 

[...] Io non so. C’è gente che muore e, con tutto il rispetto, non ci si perde niente. Ma lui era uno di quelli che quando non ci sono più lo senti. Come se il mondo intero diventasse, da un giorno all’altro, un po’ più pesante. Capace che questo pianeta, e tutto quanto, resta a galla nell’aria solo perché ci sono tanti Bartelboom, in giro, che ci pensano loro a tenerlo su. Con quella loro leggerezza. Senza avere la faccia da eroi, ma intanto tengono su la baracca. Sono fatti così. Bartelboom, lui, era fatto così. Per dire: era uno capace di prenderti sottobraccio, un giorno qualsiasi, per strada, e dirti in gran segreto – Io una volta ho visto gli angeli. Stavano sulla riva del mare.

 

da Oceano Mare di Alessandro Baricco, 1993


postato da: giGGinocon2G alle ore 16:12 | link | commenti (7)
categorie: oceano mare, alessandro baricco
giovedì, 28 febbraio 2008

SAPEVI CHE...?

Neddy Nelson (Party Crasher): Lo sapevi che, prima di cominciare a fare i suoi orribili esperimenti sui prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz, Josef Mengele era un antropologo stimatissimo? Che aveva viaggiato in giro per l’Africa raccogliendo campioni di sangue umano e virus? Che il sogno della sua vita era individuare fattori atti a dimostrare la differenza tra il sangue delle varie razze? Per creare malattie razziali specifiche’

Sapevi che molte delle scoperte di Mengele sono arrivate negli Stati Uniti con il progetto Paperclip, nell’ambito del     quale la CIA ha concesso l’indulto e una nuova identità agli scienziati che accettavano di condividere le ricerche di Mengele?

Hai mai letto il rapporto Kissinger, quello sottoposto al Consiglio Nazionale di Sicurezza nel 1974? In cui Henry Kissinger indica come la maggiore minaccia per il futuro degli americani il sovrappopolamento dei paesi del Terzo Mondo? Hai presente cosa dice? Che a noi servono i minerali e le risorse naturali dell’Africa? E presto tutte quelle repubbliche delle banane sprofonderanno nel caos, se la popolazione cresce troppo? E che l’unico modo perché l’America riesca a proteggere il proprio benessere e la stabilità politica è quello di spopolare il Terzo Mondo?

Dovremmo stupirci se il virus dell’Aids è apparso intorno al 1975?

Hai presente cosa significa la parola “spopolare”?

Come spieghi il fatto che la prima esplosione di infezioni da Aids in Africa è cominciata negli ospedali missionari in cui i volontari cristiani utilizzavano più volte le stesse siringhe per vaccinare i bambini contro il vaiolo e la difterite? Ti suona familiare? Stiamo parlando di milioni di bambini. Questo non spiegherebbe forse come mai, tra il 1976 e il 1980, in certe zone dell’Africa occidentale la curva di infezione sia schizzata dallo 0,7 al 40 percento?

Uno scenario del genere non ti fa venire voglia di fiondarti nell’ambulatorio più vicino e metterti in fila per farti vaccinare contro qualsiasi cosa?

Non è un po’ strano che un rapporto governativo suggerisca di spopolare l’Africa e alla fine del XX secolo stiano morendo intere generazioni? Non è sospetto il fatto che le ex colonie europee ricche di risorse naturali come oro e diamanti, paesi come il Botswana, lo Zimbabwe e il Sudafrica, siano stati i più colpiti dall’epidemia dell’Aids?

Da “Rabbia” di Chuck Palahniuk (pag. 272)


postato da: giGGinocon2G alle ore 20:42 | link | commenti (8)
categorie: chuck palahniuk, aids, mengele, kissinger, sapevi che
sabato, 02 febbraio 2008

FLUSSO DI COSCIENZA DA MESE BISESTO

I pensieri, le parole sfociano dai pori, dalle orecchie: tenerle dentro è atto criminoso. E allora via, con flussi di coscienza, con attimi di libertà conditi di nuovo anno, di vecchie esperienze, di emozioni ritrovate. Si balla, si canta, attorniati da culetti grossi e danzanti, da volti contornati da camicie di circostanza, da capelli lisci neri e unti, da beat da saltelli. Ritornare in casa, nel buio di una stanza e sentire ancora una strana pulsione al centro del petto che fa BUM BUM  e ti dice “Hey, forse è il caso che mi ascolti!”. E tu ascolti quel tambureggiante segnale di qualcosa che è accaduto, che hai vissuto, che ti ha fatto saltare. 3 negroni, 2 birre, della musica. Il rock ‘n’ roll mi fa sempre lo stesso effetto revival e romanticamente rivolto al passato, dopo una serata danzereccia. Eppure il rock ‘n’ roll va ballato. E va ballato come dico io, come dice Peppe, senza curarsi delle cadute, di stile e di culo, senza curarsi della sgraziatezza di certi gesti, ma per il solo gusto di vivere quella emozione nel momento preciso in cui supponi che sia parte di te, del tuo essere persona in quel preciso mondo. Saltare spesso vuol dire lasciarsi prendere dall’emozione, viverla così, proprio come appare al nostro primo occhio, senza che il secondo (l’occhio numero 2) abbia possibilità di rivisitare il tutto con l’ausilio del filtro della razionalità.

La pioggia cade copiosa al centro di un mio pensiero.

Le coperte, calde, mi attendono con una sensazione diffusa di WOW espansa sul corpo tutto. La quiete all’interno della tempesta è quello che i grandi poeti hanno cercato di mascherare. Ho un profumo appena accennato nascosto tra le dita, dietro il tabacco. È un profumo che mi racconta di storie da scrivere e che disegnano beote espressioni sui volti che concedo alle fotografie.


mercoledì, 30 gennaio 2008

KILL BILL E LE MIE CANZONI

Guardo la TV: Carla Bruni, adagiata sui sedili di un’auto, con una chitarra tra le mani, esprime tutta la sua sensualità delicata. Nel frattanto, la voce di Nancy Sinatra fa da cornice a questo spot in bianco e nero di quell’auto sui cui sedili è seduta Carla Bruni e che a me non piace affatto.

L’auto, non Carla Bruni.

Ogni volta che il mio sguardo incrocia questo spot, il mio pensiero è sempre rimandato verso due punti. Penso a Nicolas Sarkozy, e a quanto è stato furbo e fortunato. Aveva una bella moglie, è il presidente dei cugini d’oltralpe, eppure ha avuto la possibilità di scoparsi una come Carla Bruni. E, giustamente, da buon ometto francofono e tronfio, non ha fatto nulla per nasconderlo. Anzi, ha preso a farsi fotografare in giro, sorridente nonostante gli svariati centimetri che separano il suo volto da quello della donna che tiene per mano. Questa mossa ha avuto un effetto molto più che positivo per il suo appeal e per il consenso che i galletti gli hanno riservato. Bravo Nicolas! Bravo!

Appena smetto di pensare al nanetto dalla erre moscia (che a me sembra molto somigliante a Jean Alesi), mi lascio prendere per mano dalla Sinatra, che senza troppi balli, mi porta dritto da Uma Thurman in tuta gialla e katana, mentre viene ripresa dalla sapiente camera di Tarantino.

Kill Bill.

Quello che mi lega a questa pellicola va ben al di là del rapporto che si può avere con un film che ti è piaciuto. Kill Bill è molto più di una doppia serata al cinema, di svariati pomeriggi trascorsi a guardare entrambi gli episodi di seguito in compagnia di gelato in liquefazione o pancake. Kill Bill è molto più di una colonna sonora composta da pezzi nipponici a me sconosciuti, ma ostentatamente canticchiati, molto più di sfondi per il computer, di foto celebrative ed imitazioni, delle Onitsuka Tiger gialle taglia 44,5 che ancora calzano i miei piedi. Per me Kill Bill è il simbolo di un periodo bello, trascorso, passato e che mai più ritornerà con quella forma lì, uno di quei periodi in cui tu e il tuo karma siete di comune accordo e fate girare la ruota della vostra quotidianità esattamente nel verso che piace a voi.

Quando guardo Carla Bruni e la chitarra, quando ascolto Nancy Sinatra canticchiare, quando penso a Sarkò, a Uma Thurman, a Tarantino, quando penso a me, al mio me stesso di qualche tempo fa, mi rendo conto di quante cose siano cambiate. Se mi giro indietro e guardo appena ad un anno fa ho la sensazione che ho nel guardare una di quelle foto degli anni ottanta in cui, piccolino, sono ritratto con abiti improponibili e capelli strambi. Mi viene da sorridere a guardare certe immagini, perché sono quasi ridicolo. Eppure, quel sorriso è tanto simile a quello che ho nella foto che mi hanno scattato giusto la settimana scorsa, quando di candeline sulla mia torta se ne contavano venticinque. Se penso ad un anno fa, se penso a quante cose sono cambiate, con quante situazioni ho imparato a convivere, mi viene quasi da stringermi la mano da solo e dire: “Complimenti Luigi! Io non credevo affatto che ci saresti riuscito.”.

In fondo è vero. In fondo accettare in maniera consapevole e serena cambiamenti così radicali, non è cosa poi così semplice. È un po’ come se ti dicessero che la pasta e fagioli va mangiata con la forchetta, senza pepe ed accompagnata dal vino bianco. Come si fa? Per quanto tu possa essere il mago della pasta e fagioli, il contorno che ti sarà messo a disposizione, il contorno al quale dovrai adattarti, sarà sempre una grossa limitazione. Io mi sono sforzato di mangiarla, ho provato a superare me stesso, a dosare ancor meglio gli ingredienti, a provare a raccogliere tutto il contenuto del piatto con gli appuntiti denti della forchetta. Ho tentato soprattutto di capire la logica di quegli impedimenti che mi venivano imposti. La sola risposta seria alla quale sono giunto, è che certe imposizioni sono utili solo a farmi vivere con un filtro piantato sulla testa, e se la pasta e fagioli deve vincolarmi a questo filtro, beh, io posso farne a meno. In fondo di legumi ce ne sono a bizzeffe, anche molto saporiti. E pazienza se la mia specialità erano proprio i fagioli: trovare nuovi stimoli è decisamente un’esperienza che arricchisce!

Un’amica che non vedevo da un anno dice di avermi trovato cambiato, diverso da come mi ricordava. Migliorato, forse.  Certo, tante cose sono cambiate, dall’approccio alla quotidianità al modo di guardare il mio viso allo specchio. Eppure credo che la base dalla quale mi sviluppo sia sempre la stessa. È un po’ come quando prepari un frullato di banane. Lo assaggi, ti piace. Poi ricordi che in frigo ci sono giusto due fragole, e ce le metti dentro, rifrullando di nuovo tutto. Il colore ora è più rosato, sai che il sapore avrà delle punte di gusto nuove, che lo renderanno forse più gradevole, forse no. Di sicuro la banana la farà sempre da padrona.

Credo che non ci potesse essere momento migliore per festeggiare il mio primo quarto di secolo, per siglare il mio passaggio simbolico, ma sentito e consapevole, nel mondo degli adulti, di quelli che le cazzate le fanno, ma con uno stile diverso.

Eppure, nonostante i miei progressi, c’è ancora una cosa che non riesco a superare, che non voglio accettare. Ho sempre ascoltato tanta musica, e l’ho ascoltata in maniera viscerale, cercando di raccogliere delle emozioni, di legare dei brani a delle situazioni più o meno piacevoli, a degli stati d’animo. Ci sono delle canzoni che sono le MIE canzoni, quelle intime, quelle che mi fanno piangere, quelle che raccontano di me evitandomi di aprire la bocca e raccontare. Quelle melodie, quei testi, impressi a fuoco in angoli diversi del mio io, e che gelosamente ho nascosto per tanto tempo, ormai sono per le orecchie e gli occhi di tutti.

 E allora grazie, esperti di marketing, per aver permesso a tutti di conoscere i Portishead.

Vi ringrazio pubblicamente, pubblicitari delle grandi multinazionali, così bravi a scovare tra le mie play-list quei brani ascoltati raramente, ed assaporati come gocce di miele prezioso.

Grazie a voi, maghi della comunicazione, che avete studiato il soggetto Luigi, scoprendo la potenza che esercitano sugli stati emozionali le voci di Beth Gibbons, di Lou Rhodes, di Nina Miranda. Tutti voi mi avete messo in crisi, mi avete denudato di fronte al mondo intero che in metro canticchia quei motivetti a me cari, storpiandoli, distorcendoli, interpretandoli in maniera così pietosa.

Non mi lasciate altre soluzioni: mi tocca osservare Carla Bruni, adagiata sui sedili di un’auto, con una chitarra tra le mani, mentre esprime tutta la sua sensualità delicata. Sono obbligato ad ascoltare la voce di Nancy Sinatra fare da cornice a questo spot in bianco e nero di quell’auto sui cui sedili è seduta Carla Bruni e che a me non piace affatto.

L’auto, non Carla Bruni.

Non posso fare altro che complimentarmi con Sarkozy, per il suo potere e per la sua compagna.

Non posso esimermi dal ringraziare Quentin ed Uma, per i bei momenti che mi hanno regalato.

Non posso non confidare nella bravura dei virtuosi della musica, nel loro spirito creativo e nella mia capacità di emozionarmi: qualcuno, da qualche parte, sta scrivendo una nuova canzone apposta per me.


sabato, 26 gennaio 2008

INVITO ALLA MIA FESTA DI COMPLEANNO

L'invito alla mia festa di compleanno per festeggiare un quarto di secolo...


postato da: giGGinocon2G alle ore 20:16 | link | commenti (6)
categorie: compleanno, invito, filmato, gigginocon2g, quarto di secolo
giovedì, 10 gennaio 2008

E' SEMPRE SERA

Ci sono delle serate in cui la cena che hai preparato è eccelsa, ma ti è mancato quel pizzico di sale finale. E allora diventi nervoso, perché il pizzico che ti mancava per arrivare alla perfezione è piccolo così.

Ci sono delle serate in cui ti rolli una sigaretta così perfetta, che nemmeno l’omino segreto che arrotola le sigarette per la manifattura tabacchi sarebbe in grado di imitare. Ma  la forma è un conto, ed il sapore è tutt’altra storia. Per fortuna.

Ci sono delle serate in cui, per quanto casuale possa essere la selezione con cui la tua playlist andrà avanti, ascolterai solo canzoni bellissime, ed intense, che ti racconteranno storie e che ti trasmetteranno vibrazioni agrodolci. E che nessuno venga a dire che, in fondo, siamo tutti quanti agrodolci …

Ci sono delle serate in cui telefoneresti a tutta la rubrica per il solo piacere di ascoltare le loro voci chiedere “Chi è al telefono?” ed il tuo silenzio raccontare di viaggi lontani e veloci.

Ci sono delle serate in cui la luna si manifesta nel cielo come l’unghiata di un felino, e mentre il tabacco di cui prima continua a spegnersi tra le dita, quel sapore dolce che hai sulla lingua ti aiuta a ricordare quando è stata l’ultima volta che l’hai vista vestita così. La luna.

Ci sono delle serate in cui ti rendi davvero conto che, come dice un saggio, il futuro non esiste, perché, ogni istante che passa, quel futuro lo stai già vivendo. Ed è proprio in una di queste serate che apprezzi ancor di più la bellezza che si prova nel riporre l’agenda e l’orologio sul fondo di un cassetto.

Ci sono delle serate in cui ti aggiri per il mondo sbirciando, tacendo, annusando,  ascoltando e, quando hai imparato qualcosa di nuovo pensi:  “Si, sono diventato davvero grande…”

 



postato da: giGGinocon2G alle ore 23:48 | link | commenti (3)
categorie: pensieri, gigginocon2g, è sempre sera
venerdì, 04 gennaio 2008

ABBOZZO DI QUALCOSA

La incontrò per la prima volta mentre era sul balcone, guardando il suo bonsai implorare per un pò di acqua.

Foglioline minuscole si erano colorate di giallo prima di affidare la loro sorte a venti mutevoli e a 9,80 metri al secondo di accelerazione gravitazionale.

Tra le mani ancora quell'odore di sigaretta che da poco aveva cominciato ad apprezzare, a fare suo. Sapeva che ormai la sua pelle ed il tabacco fumante si univano per creare fragranze che avrebbero parlato di lui.

Si accorse di lei, sebbene non la vedesse.
Tentennò all'inizio, ma poi avvertì in maniera così netta una presenza tutto intorno, che non riuscì più ad ignorarla.

L'alba iniziava a dare la sveglia a qualche volatile, l'aria aveva quel buon sapore che lui amava gustare prima di andare a letto.

Cominciò a guardarsi intorno, ma fu incapace di vedere.

Ebbe paura.
Una paura terribile.

Aiutato dall'alcol, cercò rifugio in una telefonata.
Si accontentò di ascoltare tutto il disco registrato, ripetendo ad alta voce, in inglese, che il telefono, al momento, era irrimediabilmente irraggiungibile.

Le gambe avevano cominciato il loro rituale balletto tremolante.

"Ora sai chi sei", gli sussurrò dolcemente all'orecchio.

Un dito giocherellava con ciuffi di barba, un altro faceva brillare la zippo che, lesta, donava fuoco a nuovo tabacco.


"Ne sei davvero convinta?", balbettò fingendo noncuranza.

"Certo!" - rispose lei con voce soave. "Quella che vedo nei tuoi occhi si chiama Paura..."